Ci sono ferite che non si rimarginano. Dolori irreparabili. Lutti che nessun analista può guarire. Anche elaborandoli, il resto rimane uguale a zero. La ferita è aperta,
il dolore vivo.
Quella ferita, quel dolore, per l’Europa ha un nome e una data: Sarajevo, 6 Aprile 1992.
Fu allora che scoppiò la guerra, la penultima di dieci anni di conflitti jugoslavi (prima del Kosovo). Sono passati vent’anni, la storia è cambiata con l’assedio della capitale bosniaca che per quasi quattro anni portò di nuovo il demone della battaglia, “Rat”, la guerra in serbo-bosniaco, nel cuore dell’Europa.
Una guerra lurida con i suoi lager, le omissioni da parte di chi avrebbe dovuto vedere e agire, per impedirla o farla smettere, e invece rimase inerte, cieco. Guerra nazista di bonifiche etniche, massacri, fosse comuni e cuori spezzati. Come i cuori di quella coppia di fidanzatini, lui serbo e lei musulmana, che cercarono di evadere, sfuggire all’assedio, sapendo che probabilmente sarebbero stati uccisi come furono, centrati dalle pallottole di un cecchino sul ponte tra le due metà di Sarajevo, quella serba in alto e la bosniaca in basso.
Sarajevo, dall’Aprile 1992 al Febbraio 1996, fu un gigantesco campo di concentramento a cielo aperto, sul quale i cecchini serbi appostati sulle colline sparavano impunemente mirando ai civili. Ai mercatini. Alle case più esposte. Alle finestre. Ai bambini. Ai funerali.
Sarajevo che una volta era la “Gerusalemme d’Europa”, un edificante bazar di etnie e religioni, animata da una plurisecolare cultura umanistica densa, tollerante fin dai tempi dell’impero ottomano, si ritrovò a essere un esemplare ribaltato di convivenza impossibile, di armonia rotta, di conflitto imperante e insomma incomunicabilità tra popoli e culture.
Là dove per anni erano cresciuti i matrimoni misti e le famiglie multietniche, bosniache nel segno dell’amore declinato in tre e più radici (musulmana, serbo-ortodossa, croato-cattolica, ma anche ebraica, italiana, turca, ungherese, albanese, tedesca…), là si scatenò l’ebbra violenza dei teorici della separazione, i nuovi nazionalisti che alla morte di Tito e col crollo del modello socialista jugoslavo scelsero di cavalcare le istanze estremiste identitarie per i propri sporchi interessi economici e di potere (dal leader serbo Milosevic ai piccoli criminali delle diverse Bosnie).
Da Belgrado a Zagabria, si consumarono le vendette trascinate sottotraccia dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Gli abitanti di Sarajevo, rimasti in città anche a dispetto della loro etnia (c’erano pure serbi e croati, oltre ai musulmani, nei quartieri assediati della capitale) sopravvissero con la forza di un ricordo (la Jugoslavia), con la disperazione dell’amore per la loro città, contro i lupi accampati sui monti e nelle campagne, si scaldarono bruciando i libri di casa, delle biblioteche, sfidando gli incroci e le strade sotto il fuoco degli assassini, suonando il violino sotto le bombe, andando ancora al mercato a comprare quel poco che c’era nella speranza che fosse il giorno giusto e non quello di una delle tante “stragi al mercato”.
A Sararajevo come a Srebrenica e in tutta la Bosnia, le Nazioni Unite hanno perso l’onore, mettendo in campo una forza di “protezione” che scese a patti con gli aguzzini e consentì, chiudendo gli occhi e lasciando pendere le armi senza usarle per salvare la vita agli innocenti, la fine di un’idea di Europa libera, civile e tollerante, ma soprattutto forte, capace di fermare lo spaventoso ripetersi della guerra etnica.
L’assedio finì soltanto con la pace di Dayton, che consacrò di fatto la vittoria dei nazionalisti, la separazione delle Bosnie, l’assurdità dei confini che attraversano le case, i cuori, le famiglie. Oggi, a Sarajevo, assistiamo al trionfo quotidiano di privilegi e favori che corrono sul filo dell’adesione etnica, su lottizzazioni, ruberie, spartizioni di poltrone, sull’intera struttura di uno Stato a tre e più teste, che altro non è se non l’incarnazione della nostra disfatta morale. Vent’anni dopo, Sarajevo, la “Gerusalemme d’Europa”, è la capitale della malinconia europea.
Fonte: blog.panorama.it