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Salerno: da oggi piatti e bicchieri plastica si differenziano

Dal 1° maggio novità nella raccolta differenziata dei rifiuti, piatti e bicchieri monouso in plastica faranno parte dei prodotti che è possibile inserire nella raccolta differenziata degli imballaggi in plastica.

L’accordo siglato a livello nazionale lo scorso 21 marzo dal Comitato di Coordinamento ANCI-CONAI, ha infatti deliberato l’estensione della raccolta differenziata a piatti e bicchieri di plastica “usa e getta” che saranno poi destinati al Consorzio Corepla per il riciclo.

Per garantire una raccolta differenziata di qualità occorrerà tuttavia seguire alcuni piccoli accorgimenti, i piatti e i bicchieri non dovranno essere sporchi di cibo per non “inquinare” il resto della raccolta e dovranno quindi essere svuotati e puliti dai residui di alimenti prima di essere conferiti nella raccolta differenziata.

Occorre, inoltre, tener presente che la nuova disposizione riguarda solo bicchieri e piatti “monouso”, rimangono esclusi e devono quindi essere gettati nei contenitori per i rifiuti indifferenziati piatti e bicchieri in plastica dura riutilizzabili.

Stessa destinazione anche per le posate in plastica e i bastoncini per mescolare le bevande poiché, in base alla direttiva 2004/12/CE del Parlamento europeo, non possono essere considerati imballaggi. La raccolta differenziata della plastica, infatti, riguarda solo gli oggetti concepiti per contenere, proteggere e trasportare delle merci.

Ricordiamo, inoltre, che per l’attuale normativa non sono considerati imballaggi e dunque non vanno gettati nella plastica anche giocattoli, attrezzature da cucina, piccoli elettrodomestici, appendiabiti, tubi da giardinaggio, spazzole, rasoi, accendini, penne, guanti, dvd e vhs.

Invitiamo, pertanto, i cittadini a continuare a differenziare e a conferire nei contenitori appositi per la raccolta della plastica: bottiglie, flaconi, vaschette in polistirolo, reti e cassette per la frutta e verdura, pellicole di imballaggio, contenitori e barattoli per alimenti e cosmetici.

 

Comunicato dell’
Assessorato Ambiente del Comune di Salerno

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Leone: il capolinea Sita, un porto di mare!

La presenza di zingari continua a caratterizzare via Vinciprova, tra atti molesti e piccoli furti, la situazione non è ancora del tutto sotto controllo. “La scorsa estate ci sono stati molti furti”, ha dichiarato allarmato Alessio Leone, ex rappresentante della circoscrizione Irno, “La sera ci sono persone che bivaccano nel mercatino rionale, fanno i loro comodi e si sa che dove ci sono queste persone, soprattutto persone dell’Est Europa, ci sono altre persone che delinquono, approfittandosi di questa gente povera” Nelle ore notturne non è raro che vengano abbandonati rifiuti di ogni genere, rendendo il parcheggio un area di deposito rifiuti. Ma non è solo la presenza di zingari o romeni a rendere insicura la zona. Come spiegato da Leone il capolinea degli autobus è un fattore che incide sul dilagare della criminalità: “Il capolinea è un porto di mare, transita ogni genere di persona, è una base per traffici di vario tipo. Addirittura in estate”, ha continuato Leone, “si possono vedere stanziate nel parcheggio roulotte, e ciò non è permesso, e con molta probabilità anche queste favoriscono il malaffare” La presenza di attività illecite non è estranea alla storia del quartiere. Negli anni passati ci sono stati vari blitz da parte delle autorità per scongiurare le attività criminali, ma a poco sono servite: “Non serve a nulla fare un blitz organizzato o un controllo della polizia una tantum”, ha lamentato Alessio Leone, “Qui serve un segno forte, che stabilizzi la situazione”. Con il periodo attuale sperare in un vigile o un carabiniere di quartiere risulterebbe utopistico, ma le soluzioni per un maggiore controllo ci sono. Ne è l’esempio il parchetto retrostante il campetto di calcio. Questo versava in condizioni più che degradate. Con l’installazione di un chioschetto, una semplice attività commerciale, e già il parco ha respirato un aria diversa: prato curato, cestini per l’immondizia, di cani nemmeno l’ombra. Per il quartiere si era parlato di un progetto che avrebbe riqualificato la zona, da aree verdi a box auto interrati per i residenti, ma per ora non ve n’è traccia. Un concorso per la riqualificazione è andato smarrito nel tempo. I residenti di via Vinciprova possono comunque dire di vivere meglio, certi episodi eclatanti oramai sono vecchia storia “Ora viviamo discretamente”, ha concluso Leone, “E ringrazio tutti coloro che in questi anni hanno aiutato il quartiere, dagli assessori Calabrese e Cascone, al tenente Carmine Novella”.

Fonte: Metropolis del 26-4-2012 – a cura di Luca Marrazzo

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XIV Settimana della Cultura – 14/22 APRILE 2012

Dal 14 al 22 aprile 2012 si terrà la XIV Settimana della Cultura, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali in collaborazione con gli Istituti dipendenti.

La tradizionale rassegna di primavera, nata per promuovere e valorizzare il Patrimonio culturale italiano, apre le porte di musei, ville, monumenti, aree archeologiche, archivi e biblioteche statali, per nove giorni, dal 14 al 22 aprile su tutto il territorio nazionale, offrendo un ricco calendario di appuntamenti: mostre, convegni, aperture straordinarie, laboratori didattici, visite guidate e concerti, che renderanno ancora più speciale l’esperienza di tutti i visitatori.

Le iniziative organizzate dalla Soprintendenza di Caserta e Benevento, (programma consultabile sul sito www.reggiadicaserta.beniculturali.it), prevedono per l’intera settimana, mostre, conferenze e visite guidate alla Reggia e sul territorio delle due province di competenza.

Durante la “Settimana della Cultura” sarà consentito l’ingresso gratuito al Complesso Vanvitelliano e ai siti d’arte che partecipano all’iniziativa.

La Reggia resterà aperta anche martedì 17 aprile, giorno di chiusura settimanale con i consueti orari di visita: (Appartamenti Storici 8,30-19,00; Parco e Giardino Inglese 8,30 – 17,00).

 

Info:

0823-277380  tel.0823-448084

files/Brochure_Settimana_della_Cultura_province_di_Caserta_e_Benevento.pdf

bpasqua

Auguri!

A tutti Voi ed alle Vostre Famiglie,

sinceri auguri di una serena Santa Pasqua!

Alessio

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Sarajevo, 20 anni dopo

Ci sono ferite che non si rimarginano. Dolori irreparabili. Lutti che nessun analista può guarire. Anche elaborandoli, il resto rimane uguale a zero. La ferita è aperta,
il dolore vivo.

Quella ferita, quel dolore, per l’Europa ha un nome e una data: Sarajevo, 6 Aprile 1992.
Fu allora che scoppiò la guerra, la penultima di dieci anni di conflitti jugoslavi (prima del Kosovo). Sono passati vent’anni, la storia è cambiata con l’assedio della capitale bosniaca che per quasi quattro anni portò di nuovo il demone della battaglia, “Rat”, la guerra in serbo-bosniaco, nel cuore dell’Europa.
Una guerra lurida con i suoi lager, le omissioni da parte di chi avrebbe dovuto vedere e agire, per impedirla o farla smettere, e invece rimase inerte, cieco. Guerra nazista di bonifiche etniche, massacri, fosse comuni e cuori spezzati. Come i cuori di quella coppia di fidanzatini, lui serbo e lei musulmana, che cercarono di evadere, sfuggire all’assedio, sapendo che probabilmente sarebbero stati uccisi come furono, centrati dalle pallottole di un cecchino sul ponte tra le due metà di Sarajevo, quella serba in alto e la bosniaca in basso.
Sarajevo, dall’Aprile 1992 al Febbraio 1996, fu un gigantesco campo di concentramento a cielo aperto, sul quale i cecchini serbi appostati sulle colline sparavano impunemente mirando ai civili. Ai mercatini. Alle case più esposte. Alle finestre. Ai bambini. Ai funerali.

Sarajevo che una volta era la “Gerusalemme d’Europa”, un edificante bazar di etnie e religioni, animata da una plurisecolare cultura umanistica densa, tollerante fin dai tempi dell’impero ottomano, si ritrovò a essere un esemplare ribaltato di convivenza impossibile, di armonia rotta, di conflitto imperante e insomma incomunicabilità tra popoli e culture.
Là dove per anni erano cresciuti i matrimoni misti e le famiglie multietniche, bosniache nel segno dell’amore declinato in tre e più radici (musulmana, serbo-ortodossa, croato-cattolica, ma anche ebraica, italiana, turca, ungherese, albanese, tedesca…), là si scatenò l’ebbra violenza dei teorici della separazione, i nuovi nazionalisti che alla morte di Tito e col crollo del modello socialista jugoslavo scelsero di cavalcare le istanze estremiste identitarie per i propri sporchi interessi economici e di potere (dal leader serbo Milosevic ai piccoli criminali delle diverse Bosnie).

 

Da Belgrado a Zagabria, si consumarono le vendette trascinate sottotraccia dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Gli abitanti di Sarajevo, rimasti in città anche a dispetto della loro etnia (c’erano pure serbi e croati, oltre ai musulmani, nei quartieri assediati della capitale) sopravvissero con la forza di un ricordo (la Jugoslavia), con la disperazione dell’amore per la loro città, contro i lupi accampati sui monti e nelle campagne, si scaldarono bruciando i libri di casa, delle biblioteche, sfidando gli incroci e le strade sotto il fuoco degli assassini, suonando il violino sotto le bombe, andando ancora al mercato a comprare quel poco che c’era nella speranza che fosse il giorno giusto e non quello di una delle tante “stragi al mercato”.

A Sararajevo come a Srebrenica e in tutta la Bosnia, le Nazioni Unite hanno perso l’onore, mettendo in campo una forza di “protezione” che scese a patti con gli aguzzini e consentì, chiudendo gli occhi e lasciando pendere le armi senza usarle per salvare la vita agli innocenti, la fine di un’idea di Europa libera, civile e tollerante, ma soprattutto forte, capace di fermare lo spaventoso ripetersi della guerra etnica.

L’assedio finì soltanto con la pace di Dayton, che consacrò di fatto la vittoria dei nazionalisti, la separazione delle Bosnie, l’assurdità dei confini che attraversano le case, i cuori, le famiglie. Oggi, a Sarajevo, assistiamo al trionfo quotidiano di privilegi e favori che corrono sul filo dell’adesione etnica, su lottizzazioni, ruberie, spartizioni di poltrone, sull’intera struttura di uno Stato a tre e più teste, che altro non è se non l’incarnazione della nostra disfatta morale. Vent’anni dopo, Sarajevo, la “Gerusalemme d’Europa”, è la capitale della malinconia europea.

 

Fonte: blog.panorama.it

Giovanni-Paolo-II

“Non abbiate paura!”

(…) Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. (…)

Oggi ricorre il settimo anniversario della scomparsa di Giovanni Paolo II.

“Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. In quel grido, in quelle parole, era già indicata la linea ispiratrice di tutto il suo Pontificato: la fortezza nella fede e il senso di responsabilità che animano un Vescovo nella sua alta missione devono portarlo a non avere paura quando si tratta di proclamare la verità, di difendere i valori e di difendere le persone.

Un Papa che la gente ha sentito vicino perché ha saputo comprendere i problemi, i dubbi, la ricerca di verità e di libertà che vi sono nel cuore umano.

È stato protagonista di cambiamenti epocali; abbandonato a un amore fedele ed eterno è stato capace di orientare i suoi passi e le sue scelte fra le tempeste della storia con l’audacia del profeta e la serena fiducia del contemplativo.

Ma è anche stato un uomo a cui tanti avevano imparato a guardare come a uno di famiglia, a un padre e a un amico.

Il Papa della vita, dell’amore e della famiglia.